sabato 29 dicembre 2012

Lettera del priore di Taizé ai partecipanti all'incontro europeo dei giovani.

Lettera del priore di Taizé ai partecipanti all'incontro europeo dei giovani
Quattro motivi per fidarsi di Dio


di fratel Alois


Prima proposta: parlare insieme del nostro cammino di fede. Qual è il senso della nostra vita? Come ci poniamo di fronte alla sofferenza e alla morte? Cosa dona la gioia di vivere? Ecco delle domande alle quali ogni generazione e ogni persona sono chiamate a rispondere. Le risposte non possono essere contenute in formule già fatte. «E se Dio esistesse?». La domanda su Dio non è sparita dall'orizzonte, ma si è profondamente modificato il modo di proporla. Il fatto che l'individualità sia centrale nella nostra epoca ha questo lato positivo: valorizza la persona umana, la sua libertà, la sua autonomia. Anche nelle società dove la religione è molto presente, la fiducia in Dio non viene da se stessa, ma necessita di una decisione personale. «Dio abita una luce inaccessibile. Nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo» (1 Timoteo, 6, 16). Questa parola dell'apostolo Paolo ha una risonanza molto attuale. Quali conseguenze trarne? Cerchiamo insieme, parliamone con altri, credenti, agnostici o atei! La linea che passa fra la fede e il dubbio attraversa i credenti come i non credenti. Quando dei cercatori di Dio sono meno assertivi nell'espressione della fede, non è perché sono meno credenti, è che sono molto sensibili alla trascendenza di Dio. Rifiutano di rinchiudere Dio in concetti. Se nessuno può vederlo, in che modo, allora, i primi cristiani hanno potuto affermare che in Gesù noi vediamo Dio? «Egli è immagine del Dio invisibile» scrive lo stesso apostolo Paolo (Colossesi, 1, 15). Gesù è uno con Dio, vero Dio e vero uomo, senza separazione né mescolanza. Quanti combattimenti nel corso della storia per affinare il senso di queste espressioni paradossali del mistero di Dio! Esse non si sostituiscono alla nostra ricerca personale, ne tracciano il cammino. Gesù, attraverso tutto ciò che è stato e che ha fatto, mostra che Dio è amore, rivela il cuore di Dio. Dio non è una forza arbitraria, ma Colui che ci ama. I primi cristiani hanno testimoniato che Gesù si è rialzato dalla morte, che egli è in Dio. E mette la vita stessa di Dio, come un tesoro, nel cuore di coloro che incontra. Questo tesoro è ancora una presenza personale, si chiama Spirito Santo, egli consola e incoraggia. I nomi “Padre”, “Figlio” e “Spirito Santo” indicano che Dio è comunione, relazione, dialogo, amore al punto che i tre non sono che uno. Quindi la fede cristiana contiene un paradosso così grande che ci impedisce di diventare maestri di verità.

venerdì 28 dicembre 2012

Una serie fortunata di imprevisti (Buon Natale)


Pubblicato in data 15/dic/2012 da Luigi Maria Epicoco·80 video

Il cristianesimo si poggia sua una serie fortunata di imprevisti. Il primo è la nascita di un bambino in una sperduta regione della Giudea. Nascere al tempo di Gesù era un gran rischio...

E' il rischio che corrono ancora oggi tutti quei bambini che vengono al mondo in quelle regioni della terra dove la globalizzazione ha solo tolto le risorse ma non ha lasciato nessun confort e nessun segno di quella che noi oggi chiamiamo civilizzazione. I bambini poveri nascono non nelle cliniche, ma dove capita. Vengono al mondo per espulsione della natura e non per decisione di qualche parto cesareo. Gesù nasce così. Nasce povero, in uno sperduto villaggio della Giudea di nome Betlemme. E questo bambino non solo fin da subito combatte per restare in vita, nonostante sia nato in una stalla e adagiato in una mangiatoia. Questo bambino nasce già con addosso la taglia dei potenti del tempo. Erode fin da subito manda il suo esercito a sterminarlo, e per sicurezza fa ammazzare tutti i bambini del contado dove si dice sia venuto al mondo. Ma "imprevedibilmente" si salva.
Già "imprevedibilmente" era nato da una fanciulla Vergine. Poi "imprevedibilmente", protetto dalla dedizione di un uomo che credeva ancora al valore dei "sogni", Giuseppe, riesce ad espatriare, divenendo ancora piccolo, profugo. Oggi si chiamerebbe "rifugiato politico", ma alla gente piace chiamarli extracomunitari.

mercoledì 26 dicembre 2012

Cantalamessa. Seconda Predica di Avvento 2012: il Concilio Vaticano II, una chiave di lettura

http://www.cantalamessa.org/?p=1910

Intro
1. Il Concilio: l’ermeneutica della rottura e quella della continuità

In questa meditazione vorrei riflettere sul secondo grande motivo di celebrazione di questo anno: il cinquantesimo anniversario dell’inizio del concilio Vaticano II.
Negli ultimi decenni si sono moltiplicati i tentativi di tracciare un bilancio dei risultati del concilio Vaticano II [1]. Non è il caso di proseguire in questa linea, né, d’altra parte, il tempo a disposizione lo permetterebbe. Parallelamente a queste letture analitiche, c’è stato, fin dagli anni stessi del Concilio, il tentativo di una valutazione sintetica, la ricerca, in altre parole, di una chiave di lettura dell’evento conciliare. Io vorrei inserirmi in questo sforzo e tentare, addirittura, una lettura delle diverse chiavi di lettura.
Esse sono state sostanzialmente tre: aggiornamento, rottura, novità nella continuità. Nell’annunciare al mondo il concilio Giovanni XXIII usò ripetutamente la parola “aggiornamento”, che, grazie a lui, è entrata nel vocabolario universale. Nel discorso di apertura del Concilio diede una prima spiegazione di ciò che intendeva con questo termine:

martedì 25 dicembre 2012

La ricerca di un Natale diverso, ricco di pace e di speranza (B.Forte)

Una riflessione sulla Solennità del 25 dicembre a firma di monsignor Bruno Forte
Di Bruno Forte

ROMA, 24 Dicembre 2012 (Zenit.org)

Riprendiamo di seguito una riflessione sul Natale firmata da monsignor Bruno Forte, arcivescovo della diocesi di Chieti-Vasto (in Abruzzo), e pubblicata sull'edizione di domenica 23 dicembre 2012, pp. 1 e 16, del quotidiano Il Sole 24 Ore.
***
In questa vigilia di Natale vorrei fermarmi su una figura chiave della scena della natività: la Madre. Chi è Maria nel suo profilo di donna, di credente, di testimone del Messia? Come ha vissuto il suo rapporto con Dio e le sue relazioni umane? Proverò a rispondere a queste domande secondo quanto la discrezione dei Vangeli consente di farlo, convinto che la conoscenza di Maria può aiutare tutti - credenti e non credenti - a vivere non banalmente questi giorni speciali.

lunedì 24 dicembre 2012

Auguri (Chiara Lubich)

Benedetto XVI e il Natale

Benedetto XVI e il Natale: non è una festa da consumare, ma una verità da ripetere al mondo

Se non cerchiamo Cristo, non lo troveremo. Se non lo desideriamo, non lo incontreremo. Così ha detto ieri mattina Benedetto XVI, nell’ultimo Angelus prima del Natale.

Sul significato dell’attesa di Gesù, il magistero del Pontefice si è arricchito negli anni di espressioni di grande densità spirituale. Alessandro De Carolis ne ricorda alcune in questo servizio:
Il Natale non è un paese per balocchi, la festa in cui officiare il rito di panettoni più o meno cinematografici, esibire gastronomie tradizionali o innovative. Tutto questo – pur ridimensionato dai morsi della crisi – si è accumulato come una lenta frana davanti all’ingresso di quella Grotta illuminata da una stella, fino a offuscare – e in molti casi a ostruire del tutto – l’unica, vera “prima visione” della storia, quella del Bambino venuto a portare il solo dono che veramente conta, la pace agli uomini di buona volontà. Se dunque i cristiani per primi, ha osservato anni fa il Papa, non recuperano gli occhi dei pastori e il loro stupore semplice davanti alla mangiatoia, il Natale continuerà a essere per tanti un bene di consumo e non il Bene sommo:

sabato 22 dicembre 2012

Preghiera di Natale

O Signore, com'è difficile accettare la tua via!
Tu vieni a me come un piccolo e debole bambino
nato lontano da casa sua.
Tu vivi per me come uno straniero nella sua terra.
Tu muori per me come un criminale fuori delle mura della città,
reietto dal tuo stesso popolo, frainteso dai tuoi amici
e sentendoti abbandonato dal tuo Dio.

Mentre mi preparo a celebrare la tua nascita,
cerco di sentirmi amato, accettato e a casa mia in questo mondo,
e cerco di vincere i sentimenti di alienazione e di separazione
che continuano ad assalirmi.
Mi chiedo, però, se il mio profondo senso di non avere una casa
non mi porti più vicino a te
dei miei occasionali sentimenti di appartenenza.
Dove celebro veramente la tua nascita?
Nell'intimo della casa o in una casa straniera,
fra amici accoglienti o fra stranieri sconosciuti,
con sentimenti di benessere o con sentimenti di abbandono?

Non devo sfuggire alle esperienze che sono più vicine alle tue.
Come tu non appartieni a questo mondo,
così io pure non appartengo a questo mondo.
Ogni volta che sento così, ho l'occasione di essere grato
e di abbracciarti meglio
e di gustare più pienamente la tua gioia e la tua pace.

Vieni, Signore Gesù, e sta' con me laddove mi sento più povero!
Confido che questo sia il luogo dove troverai la tua mangiatoia
e porterai la tua luce.
Vieni, Signore Gesù, vieni!
Amen!
( Henri J. M. Nouwen, "In cammino verso l'alba", Ed. Queriniana )
Link utili:
http://paroledivita.myblog.it
(Teologo Borèl) Dicembre 2012

Natale del Signore. Una speranza per tutti (E.Bianchi)

ARCABAS, Nascita a Betlemme olio su tela cm 87x106 di Enzo Bianchi, Dare senso al tempo

L’evento che i cristiani celebrano a Natale non è una “apparizione” di Dio tra gli uomini, ma la nascita di un bambino che soltanto Dio poteva dare all’umanità, un “nato da donna” che però veniva da Dio e di Dio doveva essere racconto e spiegazione. La nascita di colui che è il Signore e Dio non va presa in senso metaforico, ma in tutto il suo senso reale, storico che l’Evangelo mette in evidenza quale “segno”. Infatti, per ben tre volte, nella narrazione della nascita di Gesù, l’evangelista Luca ripete con le stesse parole l’immagine da guardare senza distrazioni: “un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia” (Lc 2,7.12.16)! Sì, c’è anche la luce che risplende e avvolge i pastori, c’è la gloria divina che incute timore, c’è il coro degli angeli che canta la pace per gli uomini amati da Dio, ma tutto questo è solo la cornice che mette in risalto il quadro e cerca di svelarci il senso che esso racchiude.

venerdì 21 dicembre 2012

Aforismi - tweet del Papa

1) Al termine dell’anno, preghiamo che la Chiesa, nonostante i suoi limiti, cresca sempre di più come casa di Dio.

2) Noi non possediamo la verità, è la Verità che possiede noi. Cristo, che è la Verità, ci prende per mano.

3) Quando neghi Dio, neghi la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, sta difendendo l’uomo.

domenica 16 dicembre 2012

Etty, un percorso di interiorità

Etty«Quello che c'è qui (e indicava la testa)
deve finire qui (e indicava il cuore)».

Etty Hillesum si manifesta nei suoi scritti e nella sua vita come una limpida testimonianza di un cammino verso la proprio interiorità non come rifugio per un'anima inquieta e rassicurasi così nela contemplazione delle sue miserie o del suo io, o per un tempo storicamente drammatico (la persecuzione degli Ebrei da parte dei nazisti, con la viva esperienza dei campi di concentramento) ma per pacificare e unificare il senso della sua vita e degli eventi del tempo, e ritrovare – a contatto con le cose a lei care e che abitano nel suo profondo e in un confronto con i valori di cui Vangelo e alcuni autori preferiti erano portatori – forza e coraggio, e luce per il cammino.
Una vera “esperienza” di Spirito, un vero dinamismo vitale.
Qui di seguito alcuni brani, scollegati tra loro, ma come flash.
Anticipati da alcune tappe percorse che ricostruiamo con empatia.

Cosa è per Etty l'interiorità?

Una voce che si ascolta dal profondo
che occorre imparare a riconoscere tra le altre voci più assordanti
e che si apprende a sentire con un atteggiamento di silenzio e di disponibilità ad entrare in sé
che a volte risuona con fatica
che si confronta con il quotidiano
con gli eventi
le persone
le porta dentro
trova la ricchezza della vita
la gioia, il gusto e il senso
anche nelle situazioni più tragiche
che permette di entrare in solidarietà con gli altri
in un clima rappacificato e incapace di odiare
che sa ringraziare per la vita
che si esprime al meglio nella preghiera
e che permette l'unico incontro/confronto che conta: Dio.


sabato 15 dicembre 2012

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA CELEBRAZIONE DELLA XLV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1° GENNAIO 2013

BEATI GLI OPERATORI DI PACE
1. Ogni anno nuovo porta con sé l’attesa di un mondo migliore. In tale prospettiva, prego Dio, Padre dell’umanità, di concederci la concordia e la pace, perché possano compiersi per tutti le aspirazioni di una vita felice e prospera.

A 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, che ha consentito di rafforzare la missione della Chiesa nel mondo, rincuora constatare che i cristiani, quale Popolo di Dio in comunione con Lui e in cammino tra gli uomini, si impegnano nella storia condividendo gioie e speranze, tristezze ed angosce [1], annunciando la salvezza di Cristo e promuovendo la pace per tutti.

In effetti, i nostri tempi, contrassegnati dalla globalizzazione, con i suoi aspetti positivi e negativi, nonché da sanguinosi conflitti ancora in atto e da minacce di guerra, reclamano un rinnovato e corale impegno nella ricerca del bene comune, dello sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo.

Allarmano i focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualista espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato. Oltre a svariate forme di terrorismo e di criminalità internazionale, sono pericolosi per la pace quei fondamentalismi e quei fanatismi che stravolgono la vera natura della religione, chiamata a favorire la comunione e la riconciliazione tra gli uomini.

venerdì 14 dicembre 2012

UN BAMBINO DIO FORTE - "Insieme - 11" di Enzo Bianchi - Rocca, dicembre 2012

Insieme - 11
rubrica di ENZO BIANCHI
Rocca, dicembre 2012

UN BAMBINO DIO FORTE

L’Avvento ci prepara al tempo sempre nuovo della venuta di Gesù nella carne, ci chiama alla vigilanza nell’attesa del ritorno glorioso del Signore risorto e lo fa guidando il nostro sguardo e il nostro cuore verso un bambino, verso il debole per eccellenza, la creatura fragile che non ha nessun potere: un bambino è colui che è in-fante, che non è in grado di parlare, è senza parola e senza forza. Un bambino è in ogni situazione un povero perché ha veramente bisogno di altri e da solo non può nulla, fosse anche il figlio di un re, fosse anche un figlio di ricchi. Ma questo bambino di cui il profeta Isaia annuncia la nascita è proclamato «Dio forte, Padre per l’eternità, Principe della pace, Consigliere meraviglioso». Come è possibile dare il nome di «Dio forte» a un bambino, a un figlio di uomo, a un figlio di Adamo? Eppure il profeta ha il coraggio di dire che quel bambino è chiamato «Dio forte» e che la nascita di questa creatura cambia radicalmente la situazione di tenebra, di oppressione, di inimicizia.
Leggi tutto: UN BAMBINO DIO FORTE

Beatitudini della famiglia…

Beata la famiglia il cui Dio è il Signore,
e che cammina alla sua presenza.
Beata la famiglia fondata sull’amore e che dall’amore
fa scaturire atteggiamenti, parole, gesti e decisioni.
Beata la famiglia aperta alla vita,
che accoglie i figli come un dono,
valorizza la presenza degli anziani,
è sensibile ai poveri e ai sofferenti.
Beata la famiglia che prega insieme per lodare il Signore,
per affidargli preoccupazioni e speranze.
Beata la famiglia che vive i propri legami nella libertà,
preoccupandosi della crescita dei figli,
ma rispettando la loro personalità.
Beata la famiglia che trova tempo per dialogare,
svagarsi e fare festa insieme.
Beata la famiglia che non è schiava della televisione
e sa scegliere programmi costruttivi.
Beata la famiglia in cui i contrasti non sono un dramma,
ma una palestra per crescere nel rispetto,
nella benevolenza e nel perdono vicendevole.
Beata la famiglia dove regna la pace al suo interno e con tutti: in lei mette radice la pace del mondo.
Beata la famiglia che è aperta agli altri
e s’impegna per la costruzione di un mondo più umano.
Beata la famiglia che, pur non ritrovandosi in queste beatitudini, decide che è possibile percorrerne almeno qualcuna.
Beata la famiglia in cui vivere è gioia, allontanarsi è nostalgia, tornare è festa
.

giovedì 13 dicembre 2012

Vigilanza. Le parole dell'Avvento (Enzo Bianchi)

Il gres di Bose - gres refrattario - Gianni Beccafichi"Non abbiamo bisogno di nient'altro che di uno spirito vigilante''. Questo apoftegma di Abba Poemen, un padre del deserto, esprime bene l'essenzialità che la vigilanza riveste nella vita spirituale cristiana. In che consiste? Il Nuovo Testamento, opponendola allo stato di ubriachezza e a quello della sonnolenza, la definisce come la sobrietà e il "tenere gli occhi ben aperti'' di colui che ha un fine preciso da conseguire e da cui potrebbe essere distolto se non fosse, appunto, vigilante. E poiché lo scopo da conseguire per un cristiano è la relazione con Dio attraverso Gesù Cristo, la vigilanza cristiana è totalmente relativa alla persona di Cristo che è venuto e che verrà. Basilio di Cesarea termina le sue Regole Morali affermando che lo "specifico'' del cristiano consiste proprio nella vigilanza in ordine alla persona di Cristo: "Che cosa è proprio del cristiano? Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronto nel compiere perfettamente ciò che è gradito a Dio, sapendo che all'ora che non pensiamo il Signore viene''. La sottolineatura della dimensione temporale presente in questo testo non è casuale. Tipo del vigilante è il profeta, colui che cerca di tradurre lo sguardo e la parola di Dio nell'oggi del tempo e della storia. La vigilanza è dunque lucidità interiore, intelligenza, capacità critica, presenza alla storia, non distrazione e non dissipazione. Unificato dall'ascolto della Parola di Dio, interiormente attento alle sue esigenze, l'uomo vigilante diviene responsabile, cioè radicalmente non indifferente, cosciente di doversi prendere cura di tutto e, in particolare, capace di vigilare su altri uomini e di custodirli.

PREGHIERA DELLA FAMIGLIA PICCOLA CHIESA (Benedetto XVI)

S
ignore Gesù Cristo, apparendo ai tuoi dopo la risurrezione hai detto loro: «Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19 s). Poiché tu vuoi che tutti gli uomini giungano alla salvezza, vuoi anche che tutti gli uomini riconoscano la verità che sola può guidarci alla salvezza (cfr 1Tm 2,6).

mercoledì 12 dicembre 2012

Santa Lucia, anima bella e luminosa

di Cara Ronza 13-12-2012 http://www.lanuovabq.it/it/articoli-santa-lucia-anima-bella-e-luminosa-5389.htm

Santa Lucia coro luminosoQuella di Santa Lucia è una festa ricca di significati, che piace ai bambini, ma riempie di speranza anche i grandi. Dalla Sicilia alla Svezia, passando per le valli lombarde e austriache, il 13 dicembre si ricorda la bellezza radiosa di una giovane che ha dato la vita per restare fedele al suo Sposo. Per celebrare la grandezza e la bontà di questa fanciulla, "nella notte più lunga che ci sia" si preparano pani e dolci profumati, mentre i bambini ricevono piccoli regali.

Nata a Siracusa intorno al 280 d.C., Lucia era una fanciulla bella e ricca, promessa sposa a un giovane della sua città. Un giorno sua madre si ammalò e Lucia, che era cristiana, decise di andare a Catania per pregare sulla tomba della martire Agata. La sua vita stava per cambiare. Sant'Agata le apparve chiedendole di dedicarsi ai più piccoli e sofferenti. Lucia accolse la richiesta. Tornata a Siracusa, ruppe il fidanzamento e, si narra, con una lampada fissata sul capo per farsi luce al buio, iniziò a visitare i poveri e i perseguitati rifugiati nelle catacombe, distribuendo i beni della sua dote cospicua. Il fidanzato abbandonato non accettò la nuova vocazione di Lucia e per vendicarsi denunciò la fede della fanciulla al prefetto Pancrasio, persecutore impietoso dei cristiani. Lucia fu arrestata e torturata, ma non abiurò e fu condannata a morte. Prima dell'esecuzione preannunciò sia la morte di Diocleziano, che sarebbe avvenuta nel 311, sia la fine delle persecuzioni (di lì a pochi anni, nel 313, l'editto di Costantino avrebbe sancito la libertà di culto in tutto l'Impero romano).

Citazioni sul Natale

L’Avvento è il messaggio:
il Signore verrà,
il Regno non è ancora compiuto,
ha ancora bisogno della nostra pazienza,
della nostra preghiera, delle nostre opere,
della testimonianza della nostra speranza.
Ma al tempo stesso,
il Regno già ha avuto inizio,
perché il Signore che viene, è già venuto
e vive in mezzo a noi,
perché vive con noi.
(da Dio si è fatto bambino, di Klaus Hemmerle, Città Nuova, p. 7)

La storia del Natale è la storia della discesa di Dio, è la storia di Dio che si fa nostro compagno di strada.
(da Dio si è fatto bambino, di Klaus Hemmerle, Città Nuova, p. 25)

L’incarnazione di Dio non è idillio, è scandalo: Dio ci viene incontro nell’umiltà d’un bambino
(Da Dio si è fatto bambino, di Klaus Hemmerle, Città Nuova, p. 29)

martedì 11 dicembre 2012

I sacerdoti alla scuola di Maria

Alla scuola di Maria

Come ogni cristiano, anche il sacerdote, se vuol vivere il profilo mariano della Chiesa, deve conformarsi, al modello donatogli da Gesù: «Ecco la tua madre».
«E il discepolo la prese nello sua Casa»1
C'è un dialogo particolare, che ogni sacerdote di Cristo è chiamato a sviluppare, c'è un'unità singolare che è chiamato a realizzare. Dialogo, unità che il sacerdote legato all'Opera di Maria è doppiamente invitato a coltivare: quello con Maria, la mamma di Gesù, la mamma di ogni suo sacerdote 2
Gesù morente si era rivolto a sua madre e, indicando Giovanni, le aveva detto: «Donna, ecco il tuo figlio» (Gv 19, 26). Poi, guardando Giovanni, aveva aggiunto: «Ecco la tua madre» (Gv 19, 27).

lunedì 10 dicembre 2012

Gli anni di piombo, il terrorismo. Così il Card.Martini ridiede fiducia a Milano (Ravasi)

I punti forti di una lezione che ha attraversato la vita sociale e culturale Nello stile di Martini le Lettere nascono dal respiro di una comunità, dai suggerimenti e dalle domande

DARE A CIASCUNO UNA VOCE«Da dove vengono queste Lettere pastorali? Da un momento di smarrimento, di confusione, in cui mi chiedevo: che cosa dico? Ero entrato a Milano come vescovo attraverso una lunga camminata. Ma in quell'estate del 1980 non sapevo proprio come procedere, come mettere ordine nella mia confusione. Da questa prima confessione è nata l'idea della Lettera pastorale. Nei primi giorni di agosto ero andato in montagna. Ricordo ancora le grandi cascate che riempivano di suoni e di freschezza le valli. Guardando le cascate iniziai a scrivere la prima Lettera». Così, a distanza di anni, il cardinale Carlo Maria Martini evocava la genesi della sua prima Lettera pastorale.Quel contesto di «confusione» che si dipanava attraverso l'esperienza di un silenzio «bianco», che era, come quel colore, sintesi di tutto lo spettro cromatico, cioè compimento di tutte le parole importanti spiegava lo sbocciare del tema già ben chiaro nel titolo, La dimensione contemplativa della vita. Era, questa, la prima, sorprendente Lettera pastorale del neo-arcivescovo di Milano. La città, infatti, in quegli anni era ancora molto tormentata: si intravedevano i germi della successiva crisi politica, incombeva ancora con tutta la sua brutalità il terrorismo, si erano allentati i valori etici e si registrava un clima di sfiducia nella stessa comunità ecclesiale. Martini, anziché tuffarsi in quel groviglio alla maniera della Marta evangelica, sceglieva la via «più necessaria» imboccata da Maria, quella dell'ascolto contemplativo, della riflessione, del silenzio, della preghiera, del mistero della persona.

domenica 9 dicembre 2012

O Madre Immacolata (Benedetto XVI)

O Madre Immacolata, che sei per tutti
segno di sicura speranza e di consolazione,
fa’ che ci lasciamo attrarre dal tuo candore immacolato.
La tua Bellezza – Tota Pulchra,
ci assicura che è possibile la vittoria dell’amore;
anzi, che è certa;
ci assicura che la grazia è più forte del peccato,
e dunque è possibile il riscatto
da qualunque schiavitù.
Sì, o Maria, tu ci aiuti a credere con più fiducia nel bene,
a scommettere sulla gratuità, sul servizio,
sulla non violenza, sulla forza della verità;
ci incoraggi a rimanere svegli,
a non cedere alla tentazione di facili evasioni,
ad affrontare la realtà, coi suoi problemi,
con coraggio e responsabilità.
Così hai fatto tu, giovane donna,
chiamata a rischiare tutto sulla Parola del Signore.
Sii madre amorevole per i nostri giovani,
perché abbiano il coraggio di essere “sentinelle del mattino”,
e dona questa virtù a tutti i cristiani,
perché siano anima del mondo
in questa non facile stagione della storia.
Vergine Immacolata,
Madre di Dio e Madre nostra, prega per noi!

sabato 8 dicembre 2012

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI su Maria, stella della prima e della nuova evangelizzazione

Nella festività dell'Immacolata Concezione di Maria - Nell'Anno della Fede
di padre Giuseppe Buono, PIME
ROMA, venerdì, 30 novembre 2012 (ZENIT.org).-

In occasione della festività liturgica della Beata Concezione di Maria è bello, in quest’Anno della Fede, ricordare alcune espressioni di amore a Maria di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II.
Benedetto XVI
Benedetto XVI ha affidato a Maria la riuscita spirituale dell’Anno della Fede conludendo la Lettera apostolica Porta Fidei così: “Affidiamo alla Madre di Dio, proclamata “beata” perché “ha creduto” (Lc 1,45), questo tempo di grazia”.[1] Aveva ricordato prima la fede di Maria: “Per fede Maria accolsele parole dell'Angelo e credette all'annuncio che sarebbe diventata Madre di Dio nell'obbedienza alla sua dedizione. Vistando Elisabetta innalzò il suo canto di lode all'Altissimo per le meraviglie che compiva in quanti si afffidano a Lui. Con gioia e trepidazione diede alla luce ul suo unico Figlio, mantenendo intatta la verginità”.[2]
Il suo continuo riferirsi a Maria, Madre della Chiesa, è sempre particolare negli scritti del suo magistero.

venerdì 7 dicembre 2012

Prima Predica di Avvento 2012 di Raniero Cantalamessa

Intro

1. Il libro “mangiato”
Nella predicazione alla Casa Pontificia, cerco di farmi guidare, nella scelta dei temi, dalle grazie o dalle ricorrenze speciali che la Chiesa vive in un dato momento della sua storia. Di recente abbiamo avuto l’apertura dell’anno della fede, il cinquantesimo anniversario del concilio Vaticano II e il Sinodo per l’evangelizzazione e la trasmissione della fede cristiana. Ho pensato perciò di svolgere in Avvento una riflessione su ognuno di questi tre eventi.
Comincio con l’anno della fede. Per non smarrirmi in un tema, la fede, che è vasto come il mare,  mi concentro su un punto della lettera “Porta fidei” del Santo Padre, precisamente là dove esorta caldamente a fare del  Catechismo della Chiesa Cattolica (di cui, tra l’altro, ricorre quest’anno il ventesimo anniversario di pubblicazione) lo strumento privilegiato per vivere fruttuosamente la grazia di questo anno. Scrive il papa nella sua lettera:
“L’Anno della fede dovrà esprimere un corale impegno per la riscoperta e lo studio dei contenuti fondamentali della fede che trovano nel Catechismo della Chiesa Cattolica la loro sintesi sistematica e organica. Qui, infatti, emerge la ricchezza di insegnamento che la Chiesa ha accolto, custodito ed offerto nei suoi duemila anni di storia. Dalla Sacra Scrittura ai Padri della Chiesa, dai Maestri di teologia ai Santi che hanno attraversato i secoli, il Catechismo offre una memoria permanente dei tanti modi in cui la Chiesa ha meditato sulla fede e prodotto progresso nella dottrina per dare certezza ai credenti nella loro vita di fede”[1].

giovedì 6 dicembre 2012

Il significato dell'albero di Natale secondo Benedetto XVI

Il Papa: simbolo, col presepe, della vita e della pace che vengono da Dio.

Più volte, nel corso del suo Pontificato, ha ricordato il significato spirituale dell’albero di Natale: un evidente “simbolo del Natale di Cristo, perché con le sue foglie sempre verdi richiama la vita che non muore”:

“L’albero e il presepio sono elementi di quel clima tipico del Natale che fa parte del patrimonio spirituale delle nostre comunità. E’ un clima soffuso di religiosità e di intimità familiare, che dobbiamo conservare anche nelle odierne società, dove talora sembrano prevalere la corsa al consumismo e la ricerca dei soli beni materiali”. (Discorso alla delegazione della Val Badia, 14 dicembre 2007)

Il Papa ricorda che nel bosco gli alberi crescono vicini creando un luogo ombreggiato, a volte oscuro. L’abete in Piazza San Pietro sarà addobbato con luminose decorazioni che sono come tanti frutti meravigliosi. “Lasciando il suo abito scuro per una lucentezza scintillante – ha osservato - si trasfigura, diventa portatore di una luce che non è sua, ma che rende testimonianza alla vera Luce che viene in questo mondo”. Anche noi – sottolinea il Papa – “siamo chiamati a dare buoni frutti per dimostrare che il mondo è stato veramente visitato e redento dal Signore”:

“L’albero di Natale arricchisce il valore simbolico del presepe, che è un messaggio di fraternità e di amicizia; un invito all’unità e alla pace; un invito a far posto, nella nostra vita e nella società, a Dio, il quale ci offre il suo amore onnipotente attraverso la fragile figura di un Bimbo, perché vuole che al suo amore rispondiamo liberamente con il nostro amore". (Discorso alla delegazione del Sud Tirolo, 17 dicembre 2010)
14 dicembre 2012: Benedetto XVI: l’albero di Natale è segno della luce di Cristo. Chi tenta di spegnerla rende il mondo buio
Nonostante il tentativo di cancellare il nome di Dio dalla storia, la sua luce continua a risplendere sull’umanità attraverso Cristo. Lo ha affermato questa mattina Benedetto XVI, nel ricevere in udienza la delegazione del piccolo paese molisano di Pescopennataro, che quest’anno ha donato al Papa l’abete natalizio di Piazza San Pietro. Nel pomeriggio, alle 16.30, il monumentale abete sarà illuminato nel corso di una cerimonia, alla presenza di mons. Giuseppe Sciacca, segretario generale del Governatorato.

mercoledì 5 dicembre 2012

Commento di Enzo Bianchi al Compendio del Catechismo - 15 e 16

Famiglia cristiana, 2 dicembre 2012
ENZO BIANCHI

Che cos’è la benedizione?
La benedizione è la risposta dell’uomo ai doni di Dio: noi benediciamo l’Onnipotente che per primo ci benedice e ci colma dei suoi doni.

(Compendio del Catechismo n. 551)

Si legge nella versione più ampia del Catechismo: “La benedizione esprime il moto di fondo della preghiera cristiana: essa è incontro di Dio e dell’uomo; in essa il dono di Dio e l’accoglienza dell’uomo si richiamano e si congiungono. La preghiera di benedizione è la risposta dell’uomo ai doni di Dio: poiché Dio benedice, il cuore dell’uomo può rispondere benedicendo colui che è la sorgente di ogni benedizione” (CCC 2626). E si faccia attenzione: non si benedice mai qualcosa, ma si benedice Dio per avercela donata. Tutto ciò che Dio ha creato, infatti, è buono di per sé: “ogni creatura di Dio è cosa buona … se accolta con rendimento di grazie” (1Tm 4,4).
Questo movimento di dono da parte di Dio e di risposta colma di gratitudine dell’uomo è mirabilmente riassunto nelle parole che il presbitero pronuncia durante la liturgia eucaristica al momento della presentazione dei doni: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, … dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo vino, frutto della vite e del lavoro dell’uomo”. La benedizione cristiana, radicata nella berakah ebraica, consiste appunto nel rendere grazie a Dio per i doni della sua misericordia; mediante la benedizione si risale dal dono al Donatore, cogliendo la presenza del suo amore negli innumerevoli doni puntuali di cui ogni giorno egli ci colma.
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Famiglia cristiana, 9 dicembre 2012
ENZO BIANCHI
Come si può definire l’adorazione?
L’adorazione è la prosternazione dell’uomo, che si riconosce creatura davanti al suo Creatore tre volte santo.
(Compendio del Catechismo n. 552)
Il culto della nuova alleanza è “adorazione in Spirito e Verità” (cf. Gv 4,23-24), cioè nello Spirito santo e in Gesù Cristo, di tutto l’essere del cristiano rivolto al Dio vivente e vero, al Dio tre volte santo (cf. Is 6,3). E quando nella tradizione ebraico-cristiana si parla di adorazione, si intende il riconoscimento della signoria di Dio, della sua alterità-santità e, nel contempo, la coscienza della nostra qualità di creature fragili e peccatrici, indegne di stare alla sua presenza.
L’adorazione corrisponde a quello che il linguaggio biblico definisce “timore del Signore”, uno dei doni dello Spirito santo (cf. Is 11,2). Non è facile descrivere adeguatamente il timor Domini, vero inizio della sapienza (cf. Sal 111,10; Pr 1,7; 9,10; Sir 1,14). Non si tratta di paura né tanto meno di angoscia, come spesso purtroppo si sente dire, bensì della disposizione di chi percepisce il senso della presenza di Dio e a essa si sottomette. È il sentimento che l’uomo prova di fronte a Dio e che gli fa percepire la profonda alterità tra lui stesso, creatura, e Dio, il Creatore; è un’attitudine di rispetto, che nasce dalla consapevolezza di essere davanti a Dio e alla sua gloria.
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lunedì 3 dicembre 2012

L'adorazione eucaristica oggi, un soffio dello Spirito

"Presente e futuro delle Opere Eucaristiche della Chiesa, nel contesto della Nuova Evangelizzazione". Relazione di mons. Juan-Miguel Ferrer y Grenesche, tenuta a Valencia il 24/11/2012, nel 50° della Federazione Mondiale delle Opere Eucaristiche
 
di mons. Juan-Miguel Ferrer Grenesche
sottosegretario della Congregazione per il Culto Divino
L'adorazione eucaristica oggi, un soffio dello Spirito
Il Concilio Vaticano II e la conseguente "riforma liturgica" hanno significato per molti la scoperta della "partecipazione attiva" alla Messa, la comprensione della lingua nelle letture e soprattutto nelle orazioni, in modo che diventassero più facilmente alimento e guida per la propria vita cristiana. In molti luoghi si è realizzata un'intensa catechesi liturgica intesa a promuovere la partecipazione mediante posture e gesti corporali, con silenzi recettivi e mediante la parola, con risposte oranti, acclamazioni e cantici eseguiti da tutta la comunità. E specialmente si è insistito sulla ricezione frequente della comunione eucaristica, come culmine della partecipazione sacramentale. Tutto ciò è stato accompagnato da un reale intento di rinnovamento della teologia eucaristica che aiutasse a rilanciare pastoralmente sia la dimensione "soggettiva" di tale partecipazione, vale a dire, la sua ripercussione nella vita del credente, i suoi frutti, sia particolarmente, la proiezione missionaria, apostolica e sociale della stessa.

Sant'Agostino e la catechesi

"Se ci dà fastidio il ripetere continuamente come a dei bambini cose trite e ritrite, vediamo di adattarle con amore, paterno e materno e fraterno, ai nostri uditori e in questa unione di cuori finiranno per sembrare nuove anche a noi. Quando ci si vuol bene, e tra chi parla e ascolta c'è una comunione profonda, si vive quasi gli uni negli altri, e chi ascolta si identifica in chi parla e chi parla in chi ascolta. Non è vero che quando mostriamo a qualcuno il panorama di una città o di un paesaggio, che a noi è abituale e non ci impressiona più, è come se lo vedessimo per la prima volta anche noi? E ciò tanto più quanto più siamo amici; perché l'amicizia ci fa sentire dal di dentro quel che provano i nostri amici"

(S. AGOSTINO, De catechizandis rudibus)

domenica 2 dicembre 2012

L'avvento. L'attesa


L'Attesa del Nuovo sembra sempre più difficile. Lo è sempre, quando le prospettive sono poche e lontano dall'essere positive. Dunque, che aspettare? Il peggio?
L'Avvento, è per eccellenza, il tempo dell'attesa di un incontro. Il tempo che precede l'arrivo di qualcuno, quindi.
          È interessante riflettere su questo: nel Cristianesimo, è Lui che viene. Non dobbiamo incamminarci noi, non ci chiede neppure di cercarlo. L'unica difficoltà (certo, magari non da poco; ma, essendo l'unica, si può anche capire, no?) è quella di riconoscerLo, al Suo passaggio. Richiede di essere pronti, sempre pronti, ma arriva Lui. Si scomoda e viene verso di noi.
          Resta tuttavia un dettaglio importante. Le nostre attese rischiano di restare deluse. Perché noi cerchiamo soluzioni ai nostri problemi, vorremmo qualcuno che ci faccia avere soldi, lavoro, salute, successo, che guarisca le malattie e magari ci renda immortali. Per meno, non muoviamo un dito. L'offerta sarebbe poco allettante.
          E quel che ci si presenta è un bambino, che - piano piano - prende forma nel ventre di una donna, si "fa spazio" con quella dolce fermezza, propria dei bambini, che insegnerà per le strade della Galilea. Ma, per ora, non è che un bambino, un figlio donato all'intera umanità, nella sua fragilità, nel suo bisogno di coccole e cure, di protezione, di nutrimento, di sicurezze.
Figlio dell'Uomo, così si fa chiamare. Mai una volta, nel Vangelo, Gesù si dice, per sua iniziativa "Figlio di Dio": quasi ci tenga in modo particolare a sottolineare la sua fratellanza col genere umano, con la sua sofferenza, con gli spasimi del desiderio e dell'entusiasmo, con i morsi della preoccupazione, dell'angoscia e - troppo spesso - della fame.
          Infatti, non si presenta come un potente monarca, né come un oppressore o un giustiziere, ma neppure come un ribelle (nel senso in cui generalmente viene inteso; era invece un rivoluzionario, nel senso più pieno della parola, perché la sua personalità, il suo esistere e il suo relazionarsi con le persone hanno senza dubbio annientato pregiudizi e contribuito al progresso umano). Si presenta innanzitutto come un bambino. Un bambino vero, in carne ed ossa. Con il suo carico di fragilità fisica e di assoluta impotenza sociale, politica e culturale. Tale era la posizione dei bambini nella cultura ebraica; ma, siamo sinceri, non è molto diversa la loro posizione oggi: quanti li ascoltano davvero (evitando magari quel tipico sorrisetto di compiacenza) quando esprimono un loro parere sincero e - spesso - di fondamentale importanza ai loro occhi?
          Questa è forse la sfida più ardua che ci lancia Dio, nel Vangelo: ci invita a riconoscerLo, nonostante sembra fare di tutto per sottrarsi al posto che Gli avremmo voluto assegnare. Lui vi rinuncia. Per un eccesso d'amore, preferisce poterci stare accanto, invece che sovrastarci. Preferisce fasciare le nostre ferite, piuttosto che commentare "Te l'avevo detto!". Preferisce discendere dai Cieli e salire sul legno della Croce, piuttosto che fare il più comodo percorso inverso.
          Ecco allora che il tenero Bambino che spalanca le braccia e ci guarda con tenerezza ci lancia un messaggio molto più forte di quell'edulcorato "volemose bene" in cui è stato trasformato il Natale. «Cercatemi, come io ho cercato voi. Abbiate fiducia in me, così come io mi sono fidato di voi e mi fido ogni giorno». Perché così può essere definita la storia presente nei Vangeli: un Dio che si affida all'uomo e alla sua libertà, dopo essersi spogliato di ogni privilegio. Perché non è possibile fiducia, senza condivisione.
          Una veglia d'attesa che, partendo dal buio della notte (che porta con sé l'oscurità della paura, della frustrazione, del fallimento, del pessimismo e - alle volte - anche dell'autocommiserazione) ci conduce verso una luce. Una luce che, però, si fa strada piano piano: con discrezione e rispetto (quasi in punta di piedi!), ci chiede "permesso" quando chiede la nostra collaborazione. Ma ci chiede anche il coraggioso passo di varcare la soglia di quella speranza, senza la quale risulta impossibile, per Dio, potersi mettere in società con noi, per fare progetti all'altezza dei Suoi sogni e costruire un mondo che segua la Sue aspettative, per la nostra felicità!
Link utili:
http://www.sullastradadiemmaus.it
(Teologo Borèl) Dicembre 2012 - autore: Maddalena Negri

sabato 1 dicembre 2012

Don Tonino Bello, Avvento e Natale. Oltre il futuro (citazioni)

Dio ci dona il suo tempo

Iniziamo oggi, con la prima Domenica di Avvento, un nuovo Anno liturgico. Questo fatto ci invita a riflettere sulla dimensione del tempo, che esercita sempre su di noi un grande fascino.
Tutti diciamo che "ci manca il tempo", perché il ritmo della vita quotidiana è diventato per tutti frenetico. Anche a tale riguardo la Chiesa ha una "buona notizia" da portare: Dio ci dona il suo tempo. Noi abbiamo sempre poco tempo; specialmente per il Signore non sappiamo o, talvolta, non vogliamo trovarlo. Ebbene, Dio ha tempo per noi! Questa è la prima cosa che l’inizio di un anno liturgico ci fa riscoprire con meraviglia sempre nuova. Sì: Dio ci dona il suo tempo, perché è entrato nella storia con la sua parola e le sue opere di salvezza, per aprirla all’eterno, per farla diventare storia di alleanza. In questa prospettiva, il tempo è già in se stesso un segno fondamentale dell’amore di Dio: un dono che l’uomo, come ogni altra cosa, è in grado di valorizzare o, al contrario, di sciupare; di cogliere nel suo significato, o di trascurare con ottusa superficialità.